Christian Horner, la vita dopo la Red Bull: «Pronto a tornare. Ferrari? Solo per il progetto giusto»
L'ex team principal ha raccontato il dolore per l’addio dopo vent’anni di Formula 1, la nuova vita lontano dai paddock e il suo rapporto con la Ferrari, che per ora resta solo una suggestione. Il ritorno nella massima serie dipende da una condizione: avere una quota di proprietà.

A più di un anno dall’esonero, Christian Horner rompe il silenzio. Da casa sua a Highgate, nel nord di Londra, l’ex numero uno della Red Bull ripercorre il distacco dalla squadra che ha guidato per vent’anni, mentre a Singapore Max Verstappen andava a vincere con la power unit costruita interamente a Milton Keynes. È un racconto fatto di ferite ancora aperte, di orgoglio e di una voglia di Formula 1 che non si è spenta e mai si spegnerà. Con una premessa chiara: tornare solo se ne vale la pena e col giusto progetto.
La fine dell’era Red Bull per Christian Horner
Horner era arrivato nel 2005 come il più giovane team principal della storia della F1. Quando se n’è andato, nel luglio 2025, aveva alle spalle 124 vittorie, 14 titoli mondiali (sei costruttori e otto piloti) e 287 podi in 405 Gran Premi. Ripensa ai numeri della crescita con evidente orgoglio: «Quando sono arrivato alla Red Bull eravamo meno di 400 persone. Quando me ne sono andato, 2.200. Ho messo cuore e anima in quell’azienda».
L’uscita, ammette, è stata dura da digerire: «È stata dolorosa. Molto dolorosa. Non l’ho davvero elaborata fino a un mese dopo, perché nell’immediato mi sono concentrato sul sostenere mia figlia in un periodo orribile. Mi è sembrato particolarmente brutale e triste concludere in quel modo».

Sulle ragioni dell’addio non ha risposte certe. Ipotizza che a Milton Keynes si ritenesse che avesse troppo potere: «Penso ci fosse la sensazione che avessi troppo controllo nelle mie mani. Ma non mi è stata data davvero una ragione». Esclude che dietro ci fossero i Verstappen: «È stata una decisione della Red Bull. Dopo la morte di Dietrich, la leadership è cambiata». A suo dire, nemmeno l’inchiesta del 2024, dalla quale era uscito scagionato, c’entra con l’esonero: la scelta sarebbe legata soprattutto a prestazioni e futuro.
Il rimpianto più grande riguarda il motore. Il progetto Red Bull Powertrains, nato nel 2021, era sul punto di scendere in pista quando lui è stato allontanato. «Ho provato una grande tristezza nel non vedere quel motore su una macchina», racconta. Ha seguito in TV la vittoria di Verstappen in Bahrain, la prima con un propulsore interamente costruito dalla squadra, e ha scritto a Max dopo la gara. Per lui è stato un momento che conferma la sua filosofia: «Se metti insieme le persone giuste, con la cultura giusta e gli strumenti necessari, tutto è possibile».
Eppure, secondo Horner, la squadra ha smarrito una parte della sua identità. «La Red Bull è sempre stata la squadra ribelle, quella che spingeva i limiti. Il suo mantra era essere anticonformista, essere un elemento di rottura. Adesso è un po’ diversa». Sul suo successore Laurent Mekies e sul peso di Verstappen evita di sbilanciarsi: il più alto in grado, come ha dichiarato, resta Oliver Mintzlaff, con cui oggi ha un rapporto discreto.
In Ferrari: solo con il giusto progetto e una quota azionaria
Il nome della Ferrari è tornato a circolare dopo le parole di Horner del mese scorso, quando aveva parlato del Cavallino come di un “lavoro da sogno”. Oggi ridimensiona tutto, spiegando che quei commenti si riferivano più ad altri che a lui: «Le mie parole sono state estrapolate dal contesto».
Il suo sguardo è quello di chi vuole tornare da protagonista, non da dipendente. «La Ferrari è il marchio più grande della F1, la squadra più storica. Ma ho accumulato un capitale straordinario per valutare la prossima mossa nello sport. E questa avrebbe una quota di proprietà, e la Ferrari non venderà azioni». Per il team principal attuale, Fred Vasseur, in un momento complicato per la scuderia, ha parole di rispetto: «È una persona esperta, ha fatto un lavoro decente. Ma io, più di chiunque altro, conosco le pressioni che comporta guidare un’organizzazione competitiva».

Per ora, dunque, Horner resta a guardare dall’esterno. «Sono felice di stare fuori dallo sport e vedere quali opportunità si presenteranno nei prossimi mesi o anni. Non è un obbligo tornare. Lo farei solo per l’occasione giusta, con persone che hanno voglia di vincere. Non tornerei mai solo per partecipare».
Se il ritorno non dovesse arrivare, se ne farà una ragione: «Ho avuto una corsa straordinaria. Ho vinto una gara su quattro tra quelle a cui ho partecipato». Ma la F1, ammette, resta l’unica cosa che davvero lo motiva: «Mi mancano le persone, la squadra, la competizione. Amo ancora questo sport, ma non mi mancano i viaggi e la politica».
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